La Mitologia secondo me:
PROLISSO
Il mio nome è Femòre,
cantastorie e narratore; cieco non dalla nascita, ma per lussuria. Vi narrerò
le gesta del prode Prolisso e del suo periglioso vagare lungo le sponde del
mediterraneo, alla ricerca dell’amato suolo natio e della sua sposa, il trans gender
Penenoncè, che lo attendeva trepidante col figlio Telemaik.
Il nostro racconto inizia
sotto le mura di Donnadaifacilicostumi, la più grande città dei tempi. Prolisso
il nostro eroe, non era né forte come Anchilosi né intelligente come Marisa
Laurito, ma possedeva il dono di stendere gli avversari con lunghi e
massacranti monologhi sconclusionati. I donnadaifacilicostumani erano in guerra
con gli antichi greci che, come si sa, erano tutti omosessuali; motivo per cui
oggi sono estinti. La guerra si protraeva da ormai ventotto minuti, dal tempo
in cui Marlene, regina dei donnadaifacilicostumani, aveva tirato una mela in
testa a re Melindo. Entrambi gli eserciti erano allo stremo delle forze.
Soltanto Prolisso conservava ancora la propria determinazione.
Un suo stratagemma aveva
permesso agli antichi Antichi greci di avere la meglio sulla città. Prolisso,
infatti, aveva fatto costruite un enorme panettone di legno da regalare ai donnadaifacilicostumani.
All’interno, al posto di uvette e canditi, erano nascosti gli Antichi Greci
che, nottetempo, erano usciti dal panettone abusando di tutti gli uomini della
città risparmiando, com’era costume del tempo, le donne e i ciccioni.
Prolisso era re di Ustica,
dall’A1 uscita Sparta Sud, ed assieme ai suoi guerrieri si apprestava ora ad
affrontare il mare per tornare a casa e poter finalmente mettersi in ciabatte,
cosa che non era permessa durante la lunga guerra.
“Dovremmo offrire un
sacrificio di lardo di Colonnata a P6Drone” disse uno dei soldati. P6Drone era
il transformer che si divertiva ad affondare le navi che affrontavano il
mediterraneo, e come tutti ben sapevano andava ghiotto di lardo di Colonnata.
“Non credo serva” rispose
Prolisso, “il mare è calmo, e P6Drone mi batte sempre a battaglia navale, e
comunque non è lungo il viaggio, e per di più ho trovato un ottima guida che ci
aiuterà a raggiungere le sponde di Ustica senza alcun problema e nel minor
tempo possibile”
“Salve. Sono la guida”
annunciò un omettino, “Mi chiamo TomusTomus”.
“Tomus tomus è il miglior
navigatore di tutto il vecchio mondo, essendo che il nuovo ancora non l’hanno
scoperto, con lui arriveremo a casa in un lampo”. Ci misero vent’anni.
All’epoca, i navigatori non erano molto affidabili.
“Io non vengo con voi”
annunciò Enea, “me ne vado per conto mio, me la faccio a piedi” Tutti risero.
Enea arrivò in due mesi a Roma, (aiutato dal fatto che tutte le strade
portavano a Roma, anche se Roma non esisteva ancora, per cui si diceva che
tutte le strade portano lì, e si indicava col dito un appezzamento di terra
vuoto) e cambiò il suo nome in Al Bano. Fondò Albano laziale e vinse due
festival di San Remo. In onore di ciò chiamò uno dei suoi nipoti col nome del
santo che tanto gli aveva portato fortuna.
Prolisso partì, e per evitare
un autovelox indicato da TomusTomus incappò in una tempesta che lo fece
naufragare su un isola. Lui e i suoi uomini si guardarono attorno.
“Che posto è?”
“Un’isola”
“Si, ma che isola?”
“Una col mare attorno”
A quei tempi gli uomini non
brillavano per intelligenza.
“Guardate” disse un marinaio,
“Pecore!”
“Allora dobbiamo essere nella
ancora sconosciuta Sardegna” disse Prolisso.
La terra iniziò a tremare e
un gigantesco gigante apparve oscurando il sole. Prolisso e i suoi uomini
capirono di non essere in Sardegna, e si nascosero dietro una roccia.
Il più coraggioso di quegli
uomini,una donna di nome Fame,proveniente da Caca di Sotto, lanciò la lancia e
colpì l’unico occhio del gigante, che iniziò a urlare perché non ci vedeva più
per la Fame. Altri giganti accorsero, e i marinai si nascosero in una grotta.
Il gigante diversamente abile entrò e si sedette davanti all’ingresso.
“Chi mi ha accecato?”
“Una dei miei” rispose
Prolisso
“Chi sei?” chiese il gigante
“Il mio nome è Mai più”
rispose Prolisso, per paura di essere denunciato.
“Mai più!” tuonò con voce
tuonante il gigante, “E prima che ti uccida, dimmi che lavoro fai, così posso
scriverlo sulla tua tomba”
“Sono la regina di cuori”
mentì prolisso.
“Bene! Ora ti uccido
affidandomi all’olfatto!”
Prolisso non sapeva che pesci
pigliare, anche perché era in una grotta.
“Attento! Arriva arriva El
Diablo”
Il gigante si voltò
spaventato e Prolisso e i suoi scapparono, tranne uno degli uomini che morì
schiacciato da una panna cotta. Il gigante cieco raccontò ai fratelli l’accaduto
e loro, più furbi, capirono lo stratagemma di Prolisso, ma fraintendendo gli
indizi andarono ad uccidere Piero Pelù.
Prolisso riprese il mare, ed
arrivò su un’altra isola, sosta obbligata per cercare acqua, o almeno un Gatorade.
Qui trovarono una grande villa, piena di animali, entrarono e li accolse una
signora, fortemente in sovrappeso.
“Sono la maga Ciccia” disse
la donna
“Salve maga Ciccia” rispose
Prolisso, “cerchiamo qualcosa da bere”
“Bevete questo” disse la
donna, indicando un calderone. I marinai bevvero, e si dimostrarono dei veri
maiali, abusando uno per uno dell’enorme donna tanto gentile, e furono
incriminati per violenza sessuale.
Prolisso si trovò così solo,
sperduto, senza più TomusTomus ad indicare la strada né i marinai a governare
la barca. Decise di chiedere
informazioni al casello dell’isola delle femmine, vicino Palermo. Andò dalla
regina dell’isola, che per le particolari abilità amatorie era conosciuta come Calippo.
“Come posso aiutarti?” chiese
gentile a Prolisso
“Ecco regina Calippo, mi
servirebbe una mappa per Ustica”
“E non vuoi altro?” chiese la
donna, schioccando la lingua.
“Mia regina, non posso, sono
sposato, e nella storia non è previsto che io tradisca mia moglie Penenoncè che
mi aspetta con pazienza a casa” rispose deciso Prolisso. Calippo si fece
portare il poema, lo guardarono assieme e Prolisso si accorse che mancavano
ancora diverse pagine a finire il libro. Per di più stava iniziando una
noiosissima parte che raccontava di sua moglie Penenoncè, e decise perciò di
fermarsi per un paio d’anni all’isola delle femmine.
Penenoncè aspettava il marito
alla finestra della loro reggia.
Da quando era partito il marito lei gli era sempre rimasta
fedele, sebbene le occasioni per tradirlo non le fossero mancate. In quel
periodo ,infatti ,si erano fatti avanti diversi maschioni nerboruti e
mascolini, i Pinocchi, detti anche Proci, con l’intenzione di accoppiarsi con
lei e diventare i nuovi re di Ustica. Per dissuaderli Penenoncè aveva dovuto
dire che aveva il ciclo, ma ormai, dopo quasi vent’anni di attesa, i Pinocchi
iniziavano ad intuire la verità.
“Madre” la chiamò Telemaik
“Dimmi figliolo” rispose la
regina, baritonale
“E’ ora di conoscere la verità”
“Chiedimi ciò che vuoi,
figliolo”
“Benissimo, che domanda vuoi
madre, la uno la due o la tré?”
“La due”
“Dov’è mio padre? Perché non
torna? La guerra a Donnadaifacilicostumi è finita da ormai diversi lustri, e
ancora la sua prua non si staglia all’orizzonte”
“Sapessi a me quanto manca la
sua prua, figliolo”
“come, madre?”
“Dicevo, avrà trovato delle
difficoltà, sai, si giocava Atene-Sparta, ci sarà coda al casello”
“Madre, devo andare a
cercarlo”
“Vai, figliolo”
Mentre faceva benzina alla nave,
telemaik fu fermato da un vecchio mendicante
“Come sei cresciuto,
figliolo” disse il vecchio, che altri non era che Prolisso camuffato.
“Scusi? Ci conosciamo?”
“Si, andiamo a palazzo”
A palazzo i Pinocchi gozzovigliavano
con le scorte di Grignolino di Prolisso. Quando il finto vecchio entrò e vide quello
scempio si incazzò di brutto, e staccò dal muro l’arco di Prolisso. Tutti
risero, nessuno infatti poteva tendere l’arco del re sperduto per il mare,
perché per farlo si doveva smollare il legno a suon di racconti inutili.
Prolisso si tolse il neo
finto, e tutti lo riconobbero al volo. Iniziò a raccontate le sue avventure con
una tale ricchezza di particolari inutili degna di una editrice, e tutti i
Pinocchi si addormentarono sul colpo. Anche l’arco si piegò dalla noia, e
prolisso poté incordarlo. Penenoncè apparve sulla porta, e per lo stupore di
vedere il marito spalancò tanto la bocca da lussarsi la mandibola. Nonostante
ciò però non poteva di certo competere con Calippo, pensò Prolisso. Il re
uccise tutti i Pinocchi, e li gettò dal monte Umido, come da tradizione. Nel
pomeriggio fecero una festa per il suo ritorno, e a seguito di un
intossicazione alimentare da cozze avariate morirono tutti. Prolisso, Penenoncè
e Telemaik vennero nominati ed al televoto furono accolti tra gli dei
dell’Olimpo. Il corpo di Telemaik fu trafugato e ancora oggi non se ne sa
nulla. Ustica diventò una repubblica fondata sulle melanzane, e tutti vissero
felici e contenti.
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